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    December 06

    Pensieri affogati

    Judi ha gli occhi azzurri, azzuri come il mare; e cambiano colore in base a quanto è luminoso il sole.

    Ieri l’ho vista sulla sponda del lago mentre tirava sassi. Li lasciava affondare e sembrava poter trarre da questo meschino atto un non so che di piacevole. Perché tirare pietre? Non avevo mai visto prima di quella volta qualcuno che sembrava provar gusto a fare volontariamente buchi nell’acqua. Tirare sassi è un totale spreco di energie,  e come se non bastasse non ha nessuno scopo pratico. Da un lato Judi mi sembrava geniale, ma aveva la stessa genialità dei pazzi, di questo potevo essere certa.

    Plof, avevo sentito mentre la spiavo da dietro il muretto che si andava pian piano sgretolando; a causa del tempo e non so che altro. Non ci credo, l’aveva fatto ancora! Sporgeva la mano e la apriva semplicemente. C’era una pietra in più sul fondo di quel lago e ce l’aveva messa lei, si proprio lei. Non Dio ma lei piccola ed insignificante.

     Mamma mi raccontava sempre di una strana usanza forse diffusa nella notte dei tempi: la gente stupida amava gettare soldi nelle fontane. Che Judi venisse direttamente da là? Dico che fosse venuta proprio dalla notte dei tempi? Altrimenti da dove veniva quest’idea di raggiungere il fondo di qualcosa.

    Avevo sentito dire che i sassi sopportano oziosamente i raggi afosi e la pioggia incessante e che rimangono fermi nonostante tutto e si levigano anche. Avevo sentito dire che invece che invecchiare diventano sempre più belli. Perché mai pensare ai sassi?

    Solo pazzia.

    Basta, avevo deciso ormai fermamente di tornare a casa. Guardar gente che perde tempo è sicuramente poco produttivo.

    Eppure c’era sempre qualcosa, non so, una forza oscura che veniva da qualche angolino strampalato del mio cervello. Come una vocina sommessa che mi sussurrava oramai quasi senza voce: “Felicità, felicità”.

    Volli scavalcare quell’ammasso di pietre traballanti dietro il quale mi ero riparata. Fino a quel momento non avevo voluto rischiare se mai le fosse venuta l’idea di cambiare bersaglio.

    Ora vedevo da dietro le sue spalle la superficie dell’acqua come un tiro a segno, dove tanti cerchi concentrici si allargano simultaneamente. L’uno dietro l’altro sembravano inseguirsi proprio come due rette parallele si cercano vicendevolmente all’infinito.

    Judi aveva i capelli rossi, era raro in realtà vedere bambine con i capelli rossi dalle mie parti; amavamo tutte il color corvino.

    Un altro sasso che affonda sparisce e se ne va.

    E se il peso di tutti questi interrogativi che avevo in testa mi avesse fatto sprofondare proprio come le pietre che passavano tra le mani di Judi?

    Allora basta alle domande! Volevo a tutti i costi porre fine a quel paranoico flusso di coscienza che non sembrava far altro che spingermi verso il baratro. Ho paura di cadere come i sassi.

    Ma, per fermare tutto ciò come fare?

    Ancora, ancora, Dio, ancora una domanda. Non c’era rimedio, dovevo farlo per non finire schiacciata dal peso di me stessa.

     

    - Ciao Judi.

    - Ciao.

     

    Era seria a differenza delle mie labbra tirate fino allo spasimo eppure sembrava che sorridesse. Forse era per i suoi occhi azzurri che sembravano ridere da soli costantemente per quanto erano belli.

     

    - Come va?

     

    Ancora una domanda. A Judi si potevano fare domande a lei pareva una cosa normale.

     

    - Io sto bene e tu?

    - Non lo so.

     

    La vita con troppe domande assumeva tanto facilmente l’aspetto di un test a risposte multiple nella mia testa. E io non sono mai stata fortunata a mettere la crocetta sull’opzione esatta.

     

    - Perché?

     

    Ero io a porre la domanda. Gli interrogativi che ponevo uscivano dalla mia bocca come fossero stati delle confessioni proibite, ma infondo era un bel gioco fare delle domande.

     

    - Perché cosa?

     

    Mi aveva risposto affatto sorpresa.

     

    - I sassi, perché ti piace fare buchi nell’acqua?

     

    Judi guardò verso l’alto e il suo volto si illuminò della luce dell’alba. Seguii il suo sguardo che mi portò a guardare laggiù, verso l’orizzonte, lontano lontano, quando l’occhio si perde e rimane solo l’illusione di poter vedere qualcosa. Mi accorsi che potevo vedere le gobbe delle colline verdi illuminate da guizzi di rosso mattutino, e le spighe di grano che oscillavano mosse da qualcosa di invisibile, e i riflessi dell’acqua di un bianco scintillante, e le nuvole, e l’azzurro, e la strada lontana.

    Era buffo vedere così tante cose nuove insieme.

     

    - Non credo ci debba essere per forza un perché.

     

    Mi aveva risposto calma, come avvolta da un torpore fantastico.

     

    - Perché no?

     

    Non era facile guarire dalla “malattia del quesito” così tutto di un fiato. Il sorso di medicina non era amaro ma richiedeva tempo.

     

    - Non è una cosa strana fare buchi nell’acqua.

    - No – avevo detto in automatico – ma tutti li evitano.

    - Non mi piace evitare le cose che mi piacciono.

     

    Ero sempre più sconcertata e la sua calma sembrava darmi alla testa. Ahi che dolore! Sentivo un miliardo di punti interrogativi che sgomitavano nel mio cervello, facevano a gara e si spingevano anche.

     

    - Non capisco.

     

    Ero sollevata che non mi fosse scivolata dalle labbra un’altra domanda.

     

    - Vedi. – cercava di spiegare – non c’è niente di strano, il sasso cade e rimane laggiù al buio. Ma io sono qui e guardo il mondo che ora è minimamente diverso. C’è un sasso in meno sulla terra e uno in più sul fondo del lago. È tutto cambiato seppur di tanto poco.

     

    - Sembri pazza.

     

    - Senti come è morbida la terra su cui sediamo, è composta da granelli così piccoli.

     

    Mi tolsi i sandali e per la prima volta percepii il freddo dei fili d’erba bagnati di rugiada.

     

    -A che cosa pensi?

     

    Chiesi

     

    - Sai che non lo so…e a dire il vero neppure mi importa. Sono stufa di cercare risposte che non esistono, arrampicarmi sugli specchi. Semplicemente ho deciso di godere di ogni attimo, e ho scoperto che non è poi così male sprecare energie, lasciare che un sasso cada senza un motivo preciso. Far buchi nell’acqua e toccare il fondo e poi ricominciare tutto da capo. Questa smania di raggiungere la grandezza, di diventare importanti che tutti non fanno altro che sbandierare, è solo inquietudine per una società maledetta, che nega il fallimento e  che non capisce che la vita è un continuo oscillare. Non è bello negare il fallimento come la tristezza. Senza tristezza non ci sarebbe neppure felicità.

    E quindi son qui spensierata a lasciarmi annegare dai sensi; proprio come i sassi. A tuffarmi spietata fino a toccare il fondo, fino a scoppiare. A guardare il sole fino a che non diventerò cieca. Non c’è niente dietro a cui correre, c’è solo l’acqua, il sole, e tanti sassi che sciovolano via. Non si vedono più ma esistono ancora.

     

     

     

     

     

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